Correre con I Beati Paoli

Quando con mio compare/collega/amico Gaetano decidemmo di leggere/rileggere I Beati Paoli di Luigi Natoli (1909/1910, uscito a puntate sul Giornale di Sicilia) non mi mi parve una decisione poi così straordinaria. Avevo letto una qualche versione non integrale da giovanissimo e quindi volevo riparare al torto, ma senza troppo entusiasmo. E così via Sellerio presi i primi due volumi (1255 pagine) con pochissima speranza di chiuderli in tempi brevi, avendo molto altro di più urgente sottomano. In realtà non mi diedero scampo e andarono piano piano a occupare tutti i miei tempi liberi, litigando e sgomitando con altri tomi ben più imperiosi. Alla fine conclusi tutto in un paio di settimane (forse tre, le due A. ricorderanno meglio), esaltandomi come un fanciullo e rimuginando su torti, duelli, eccellenze, bastardi, complotti e una Palermo così fascinosa che verrebbe voglia di abbracciarsela. Come sempre, in ogni storia di libri, ci stanno dentro pure Agnese e Amelia (cioè le due A.) che qualche settimana dopo mi recapitarono, con mia grande sorpresa, Coriolano della Floresta (in copertina il bellissimo cartello dell’opera dei pupi per I Beati Paoli di Nino Cuticchio), il secondo capitolo della saga. E io pensai ad alta voce: “No, stavolta non mi prendi”. Ovviamente non andò così, perché le due A. la sanno decisamente più lunga di me: le 1758 pagine finirono nelle canoniche tre settimane, fu ossessione più che lettura.
Chiamiamolo pure romanzo d’appendice, romanzo storico, chiamiamolo come ci pare, ci sono personaggi tagliati con l’accetta, ci sono intrecci pazzeschi, c’è a volte persino il lieve soffio del soprannaturale e in qualche modo il lettore sa sempre come va a finire (anche se spesso ignora i rimbalzi delle vicende), ma devo ammettere che Natoli, in queste ultime settimane, mi ha preso e mi ha portato al galoppo in un gorgo di storie che adesso, a malincuore, devo lasciare. Anche se all’orizzonte mi pare agitarsi un certo Calvello il bastardo.

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Il male familiare ho incontrato

La lettura di Stato di Famiglia di Alessandro Zannoni (collana SideKar, edito da Arkadia) – per quanto sia dolorosa, urticante – non conduce all’urlo furioso, ma sembra suggerire un tappeto sonoro di migliaia di voci basse e inquietate, una moltitudine in gabbia e, allo stesso tempo, in un fuga verso il precipizio. Sussurri di morte e sofferenza. Una lettura spietata, con punte estreme, che si direbbero al limitare dello splatter, e che si consuma in un battito d’ali, nella durissima consapevolezza che la fortuna di condividere l’esistenza con due persone che mi ricordano il senso più profondo e sacro dell’essere in famiglia non può necessariamente salvare tutto il resto: le centinaia di vite che in questo meccanismo restano incagliate e si spezzano.

Zannoni, com’è giusto che sia, scortica la quotidianità, la trita in mille pezzi e la espelle in una poltiglia purulenta che cova il peggio del peggio, un lato oscuro che non è come quello della luna, questo si vede, eccome. Si vede e si legge nella cronaca, dove però manca quell’afflato più profondo che ci sa mettere uno scrittore che dall’azione sposta il mirino sulle intenzioni più intime, sulle vie del male che sono sempre lastricate di necessità di possesso, di dominio, di controllo. Zannoni occupa tutti gli spazi dei mali familiari e la raccolta è ben congegnata, perché, senza essere didascalica, costituisce una specie di radiografia del male della famiglia dell’oggi, una famiglia “obbligata” che adagiandosi malevolmente su un irragionevole senso di naturale viene decantata in cortei e manifestazioni ben note fino a venire raffigurata su un vessillo di orgoglio escludente.

Anche per questa ragione, per la complessità della raccolta, questa volta un #unraccontoalgiorno non si limita a un racconto, questa è una raccolta che si affronta come un romanzo in capitoli, come una serie tv che pare un film.

Adesso torno di là, le due A. mi attendono e reclamano.

Vi ricordo che #unraccontoalgiorno è la sfida lanciata da Agnese (e adesso anche da Amelia) che mi/la/vi/ci impegna a condividere il diario dei racconti letti/riletti/in lettura nel corso di 365 giorni. Questa è stata la puntata numero 63, cioè 63 autori e 63 racconti pubblicati di libri ovviamente diversi. Con questo post, l’impegno si conferma e rinnova, con la promessa di continuare a leggere con la stessa lena e condividere di più sui social.

Le incantevoli tenebre di Walter De la Mare

Dalla prima puntata di #unraccontoalgiorno – la sfida lanciata da Agnese (e adesso anche da Amelia) che mi/la/vi/ci impegna a condividere il diario dei racconti letti/riletti/in lettura nel corso di 365 giorni – è trascorso un anno o poco più. Memoria puntigliosa di fb che mi ricorda anche il bilancio: 62 puntate/giorni, cioè 62 autori e 62 racconti pubblicati di libri ovviamente diversi. Con questo post, l’impegno si conferma e rinnova, con la promessa di continuare a leggere con la stessa lena e condividere di più sui social. Amelia, in questa fase della sua vita, è più dedita a distruggere che a costruire (ma non ditele nulla, lei fa finta di leggere quando prende i libri in mano e prova a mangiarseli).

Veniamo al libro: questo post è la puntata numero 63/365 di #unraccontoalgiorno e per festeggiare questo nuovo inizio non si poteva scegliere che un grande classico.
Walter De la Mare è, allo stesso tempo, un maestro della short story e del fantastico. Un maestro tenue, leggiadro, che mi riporta a tanti anni fa, quando ebbi la fortuna di leggerlo e che tuttora costituisce un rifugio sicuro che mi conduce nelle rassicuranti profondità del mondo delle ombre. “La tromba” è un delizioso racconto, uno dei suoi più celebri (pubblicato da Sellerio e tradotto da Cristina Guerri), che racchiude molto della sua opera, della sua deliziosa, incantevole e sottile costruzione dell’altro. I due bambini protagonisti del racconto discutono di angeli, e forse basta solo l’incipit per commuoversi e riconoscere la sua grandezza, per far sentire a casa chi sogna cose grandiose e soffuse: “La minuscola chiesa, oscuramente illuminata da una luna piena che non aveva ancora trovata una vetrata attraverso la quale i suoi raggi diretti potessero penetrare le tenebre, era deserta e silente”.

Consigli di lettura: ovviamente di notte, nel silenzio più assoluto.

PS: La foto è stata scattata col beneplacito di Amelia che ha imposto la sua firma. #vitadamelia

La stiva, l’abisso (della lettura) e l’àncora di Michele Mari

Da quando è nata Amelia, il mio mondo della lettura – e non solo quello! – è stato sconvolto. Io, strenua difenditrice del cartaceo, mi sono convertita, almeno temporaneamente, all’ebook. La cosa bella, però, è che è stata una rivoluzione naturale, dettata da un regalo al povero Rosario, e finita con il monopolio quasi assoluto del kindle, da parte mia. Da quando è nata Amelia, dunque, non ho smesso di divorare libri, ho cambiato solo supporto su cui leggerli. Il tempo per scriverne, però, si è ridotto notevolmente – e anche adesso non so se la mia baby boss mi lascerà finire questo post –. Di tanti libri avrei voluto parlare ma, finito uno, volgevo al successivo, senza potermi fermare a scriverne un po’. Del libro di oggi, invece, voglio fermarmi e parlarne, nonostante sia stato un breve intermezzo di un libro molto più vasto ma che non so se avrò modo di condividere. La stiva e l’abisso di Michele Mari mi era stato consigliato da Rosario qualche mese fa. Con i suoi libri, però, non si sa mai cosa può succedere, e lui l’aveva liquidato semplicemente dicendomi che «mi sarebbe piaciuta la scrittura complessa». Ed è vero, a me piace molto la scrittura complessa, ma in questo periodo, pensavo, forse non era cosa per me. Ecco, dire che la scrittura di Mari è “complessa”, credo sia banalizzarlo (ma so che questo non era proprio l’intento di Rosario, che lo osanna quanto me). La scrittura di Mari è un affresco, un’opera d’arte. Voi leggete, e vi sembra di stare lì, a osservare il Giudizio Universale. Una parola, una pennellata, una parola, un’espressione del viso, un muscolo contratto, un lembo di un vestito che svolazza. La stiva e l’abisso è così, un capolavoro di parole («Parole, parole, vuotissime parole che non significano nulla. Potessi averne di piene, che corrispondano ai fatti e ne serbino gli spigoli acuti, la pesantezza, la grana. Parole come ciottoli scabri che malta non leghi, sottratte all’ambiguità della frase e del tono, sode, polpute, non irretite dal petulante codazzo di congiunzioni ed avverbî!») . Però, al contrario di quello che dice il capitano, non sono solo fini a sé stesse, non sono mero esercizio retorico. Dietro questo caleidoscopico tappeto verbale, si staglia una storia fantastica che vive essa stessa di altre storie fantastiche, come in una matriosca (e proprio in una matriosca sembra essere finito uno dei personaggi, che guarda sé stesso guardare sé stesso). E in mezzo alle parole-pennellate, alla mirabile sintassi, alle storie nella storia, ci sta una galleria di personaggi indimenticabile. Su tutti il capitano, bloccato nella sua cabina da una gangrena alla gamba che gli impedisce di muoversi, e il suo Secondo, Menzio, che riporta – storpiando – le notizie della nave bloccata da una bonaccia in mezzo al mare e che, nonostante l’aridità del suo cuore, ci fa simpatia sin dal primo momento. E come non potrebbe, dato che partorisce continuamente idee geniali quanto il suo idioma? «E ho scoperto una cosa, sai Ramiro, a cui non avevo mai pensato: che certe idee sono più prepotenti di altre, e che pur di arrivar prime fanno anche a cazzotti, uno è lí che sta aspettando le idee che sa lui, […] , quand’ecco pluff! si fa viva un’idea che non c’entra niente, un’idea bellissima intendiamoci, ma che non è quella giusta: per esempio, l’idea “chiappe”: e siccome è forte, questo concetto delle chiappe, ha una sua presa, ecco che cambiare idea diventa tremendamente difficile, dimmi tu come si possono aspettare altre idee quando uno ci ha tutto lo spazio del cranio occupato dalle chiappe». In mezzo a loro, personaggi fantastici, uomini-pesce, spettri. Ma chi sa dire dove sta la verità? «Se cioè agli spettri stesse a cuore farci intravedere qualcosa di invisibile? E se questo qualcosa non fosse un nuovo ente, ma la nostra stessa vita vista sotto una nuova angolazione? Se quindi i veri spettri fossimo noi, fasciati dentro sagome ignare?». E tuttavia anche questi meravigliosi ritratti, queste storie statiche solo all’apparenza, sembrano nulla rispetto alla scrittura vortice di Mari, che tutti inabissa e nessuno salva.

La citazione di Sicilian Book Jockey:

«Tu credi di star facendo quella riparazione, in realtà stai solo costruendo un ricordo, è solo questo la vita, una continua fabbrica di ricordi, il che vuol dire che anche da vivi non facciamo altro che morire, ragiona».

Il fantastico cinese è vivo e lotta insieme a noi

Da queste parti al caso non ci si crede, soprattutto se si tratta di un caso fantastico, e nel fantastico il caso è solo un dolce sussurro dell’oscuro. E così accade che la prima volta in libreria di Amelia, in quel covo di meraviglie che è la Vicolo Stretto di Catania, si sia presentato, solo di dorso, questo libro minuto di un autore prestigioso mai considerato come esploratore delle lande oltre la realtà o come cantore dell’intrusione dei mondi esterni in questo. Una modifica del conosciuto che è sempre un sofferto singulto che rilascia di seguito quel sapore meraviglioso della scoperta. Un’intrusione, insomma, che, proprio come Amelia per i due autori di questo blog, diventa pertugio e poi voragine, inghiottendo ogni cosa. Deformando la realtà stessa.

Il racconto del diverso, del bizzarro, del fantastico è un atto politico (talvolta pure inconsapevole) di apertura verso l’altro, di aggressione furente a tutte le presunte normalità di questo mondo. Lo dimostra il rapporto conflittuale, al limite da solleticare i polpastrelli rapidi della censura o dell’autocensura, che la letteratura fantastica ha instaurato con i regimi del Novecento. Discussione da saggio letterario e da penne critiche, si dirà, non certo da post, e infatti è solo un preambolo utile a presentare la raccolta Racconti fantastici di Su Tong, l’autore noto ai più per l’adattamento del suo romanzo Mogli e concubine in Lanterne Rosse (1991) di Zhang Yimou.

Soltanto verso la fine degli anni Ottanta, quando anche le scorie del realismo socialista di epoca maoista si stavano cominciando a disperdere (l’era del piccolo timoniere Deng Xiaoping era cominciata intorno al 1978), questi racconti cominciarono a uscire in riviste e raccolte, merito dell’urto dell’irrazionale che riapparve raggiante nella letteratura cinese di quel tempo, superando i paletti del realismo socialista che avevano assegnato alla letteratura il compito di raccontare l’ordinario, l’oggettivo. E allora ecco l’irrazionale ripresentarsi – la letteratura cinese classica è ricca di elementi meravigliosi e fantastici, ci ricorda Rosa Lombardi nella bella introduzione al volume – e riporta sulla scena spiriti, mostri, creature del folklore che nella tradizione cinese si distribuiscono in tre grossi tronconi: gli immortali (xian), demoni o fantasmi (gui) e gli spiriti femminili maligni (jing).

I racconti di Su Tong non sono memorabili, ma sono piacevoli, alcuni deliziosi. La lettura procede veloce in un’apparente linearità di storie dal consueto gusto fantastico, ma la corsa a briglie sciolte della narrativa dell’immaginario apre sempre porte dove le porte non ci dovrebbero nemmeno stare. E così capita pure che il primo racconto della raccolta, Il compimento del rito, ci conduca in un mondo stranissimo e antico, eppure contemporaneo, dove c’è un passato che vorrebbe tornare a forza. Il passato si definisce in un rito che consiste nell’usanza di estrarre a sorte un Uomo Demone che, secondo la tradizione, sarebbe stato avvolto in un drappo bianco e posto all’interno di un’enorme giara e battuto a morte. Sembra La lotteria Shirley Jackson, anche se non lo è. Tuttavia è davvero sorprendente leggerli di fila, uno dopo l’altro. C’è un sottobosco di non detto, che è molto più della storia stessa. In fondo, l’atto politico del fantastico – l’enorme terrore dei regimi – è l’ingenuità di un racconto che, senza dire niente di preciso, offre milioni di porte. Vi andrebbe di aprirle?

La citazione di Sicilian Book Jockey:

«L’Uomo Demone era sorteggiato tra gli abitanti del villaggio e offerto allo spirito degli antenati. Il rito si compiva ogni tre anni, nel giorno stabilito tutti gli abitanti del villaggio si riunivano nel tempio degli antenati».

PS Questo post è la puntata numero 62/365 di #unraccontoalgiorno, la sfida che lanciata da Agnese (e adesso anche da Amelia) che mi/la/vi/ci impegna a condividere il diario dei racconti letti/riletti/in lettura nel corso di 365 giorni.

La nube purpurea che si mangiò la Sicilia

Questo è un libro che appartiene alla “libreria di Rosario”. Certo, più passeranno gli anni più ci sarà difficile distinguere i libri ante nuptias, da quelli post nuptias, ma alcuni di loro hanno un carattere così forte, che è difficile dimenticarli. E questo è proprio uno di questi, di quelli che Rosario rivendica orgogliosamente. Questo libro, inoltre, ha un altro primato: mi ha accompagnata durante le ultime settimane di gravidanza e durante le prime settimane di vita di Amelia. Nonostante lo sconvolgimento nelle nostre vite, lui era lì, tacito e presente, ad aspettarmi. Non è stato sicuramente facile finirlo, ma sarebbe stato impossibile non farlo. Perché La nube purpurea di Shiel non è uno di quei libri che puoi iniziare a cuor leggero. È un libro che ti prende e ti porta con sé, negli abissi di un mondo apocalittico e sconvolgente, un mondo spaventoso e magnifico insieme, dove l’orrore è dietro l’angolo perché la Natura si sta riprendendo quello che le è stato tolto. Un mondo dove il mondo che conosciamo non esiste più, persino la Sicilia è scomparsa: «Ma quando credevo di essere arrivato mi trovai davanti a un orrore, perché non c’era più l’Italia meridionale, né c’era la Sicilia, a meno che un’isoletta lunga cinque miglia fosse la Sicilia». Tutto ciò nelle mani di un «Adamo moderno» che «ha più di seicentomila anni di saggezza, paragonato al primo» in preda a deliri di onnipotenza, e di una primigenia «Eva greca, o Leda». È un libro che scandaglia le oscure profondità dell’animo umano e ne tira fuori tutto ciò che va oltre lo scibile. Difficile trovare parole più adatte di quelle di Manganelli, quando lo definisce «matto e rapinoso, un sogno, un delirio, un’allucinazione, […] un oggetto letterario di forma e dimensioni inconsuete; […] un animale impossibile, venuto dallo spazio o dalle schiume d’Acheronte». E l’immensità di Shiel sta proprio nel riuscire a dare forma a questo delirio, a tenere in piedi una struttura narrativa fragilissima data l’esiguità dei personaggi, e a plasmarla sino a raggiungere vette altissime. E proprio in questo panorama di distruzione e rinascita, si erge lei, Amelia, giunta in mezzo a noi con una prepotenza d’altri tempi, a sindacare persino sulle mie letture. Chissà cos’altro mi riserverà, adesso.

Leggere il passato per interrogarsi sul presente

Da queste parti si crede soltanto alle coincidenze cartacee, che è più o meno quando i libri si incuneano a forza nella vita di tutti giorni. Pertanto non c’è da stupirsi se il primo libro che il nuovo e chiassoso membro della nostra redazione – ebbene sì, Amelia è nata un mesetto fa – abbia concesso di leggere in minuziosi ritagli di tempo notturni, dall’inizio alla fine, sia “Lo scemo di guerra e l’eroe di cartone” di Alberto Maria Tricoli (Edizioni Spartaco). E allora si dirà: ma che diamine potrà mai dire al presente un libro affondato, per buona parte (ma non solo), in un paesino siciliano immaginario e costruito sulle gesta – si fa per dire – di due personaggi che incrociano storie, speranze, illusioni, affanni e tormenti esistenziali nel corso della Seconda guerra mondiale ingozzando il lettore di tutto e in continuazione, dai passaggi ridanciani e sboccati fino all’amore e alla morte passando per la ricerca storica e la memoria, come se si fosse sulle montagne russe?

Si parte da una considerazione: in questo blog si adorano le letture multistrato, o i libri farciti se preferite, che però siano semplici ed efficaci. In tal senso questo romanzo è un marchingegno narrativo ben oleato che mette assieme la storia di un volontario delle camicie nere partito per la guerra d’Africa per levarsi la fezza* dalla testa e quella di un disertore visionario in una Sicilia oscura e illuminata dalle bombe alleate, condite da passaggi romanzati, eppure ben documentati, di operazioni di spionaggio e controspionaggio svolte durante il secondo conflitto mondiale dai servizi di intelligence britannici. Tutto questo in un incastro sapiente che miscela storia e Storia, con un utilizzo dosato di diversi linguaggi, tra cui una forma dialettale che deterge il lettore da un certo abusato utilizzo di cose siciliane. E non dimenticate qualche finestrella sul fantastico – che in questo blog è sempre di casa – perché Tricoli espande la sua immaginazione e la sua scrittura in tutte le direzioni.

Le risposte alla prima e fondamentale domanda sono molteplici eppure semplici. Le varie evoluzioni del viaggio o dei viaggi – dettagliatamente espresse alla fine del libro in una serie di mappe – sono curiose variazioni sul tema del contemporaneo perché fanno esaltare le contraddizioni di una realtà che alla fine è troppo complessa per meritare giudizi netti. È vero: alla fine del viaggio troverete un eroe di cartone e uno scemo di guerra. Ve lo dirà il libro, voi saprete che il libro mentirà, perché conoscerete la storia, ma non fidatevi nemmeno di voi stessi. Questi due elementi del titolo, comunque li vogliate appicciare, anche al contrario, anche spogliandoli di significato, restano fasulli, carta straccia, buona per i titoli di film e dei libri – non a caso Scemo di guerra è anche, tra le altre cose, un film di Dino Risi – e restano concetti semplicistici, inadeguati. È soprattutto in questo passaggio la contemporaneità di questo libro: quando si riduce un fenomeno complesso a un concetto, a una definizione, a un pensiero, si stritola l’interpretazione del reale, la sua potenziale veridicità.

Eppure la semplificazione delle cose, e la loro conseguente mistificazione, è la regola prima e unica della comunicazione quotidiana, la regola viva e vibrante che contagia ormai anche le conversazioni quotidiane non mediate dai social. Questo libro testimonia che si guadagna in profondità a leggere il testo, ma che, in fin dei conti, anche il testo stesso è un menzogna perché è sempre un artificio variamente interpretabile: Libbertu è un giovane irrequieto che, come molti giovani, si spinge sempre più in là, fino a scoprire che dopo un certo punto davvero si rischia di trovare il dirupo del nulla, della depressione, è un memento sull’inutilità del viaggio oppure un segno della necessità di osare? Nirìa, che l’autore s’impegna a rendere un personaggio pessimo e riprovevole sotto ogni punto di vista, e che così in effetti è, resta pur sempre un disertore che scappa e fugge con famiglia e amici di fronte alle bombe e che, al di là dell’autoreferenzialità del suo essere condottiero, non ci si sente di condannare (e poi da queste parti i disertori stanno simpatici dai tempi in cui, da giovinetti, si ascoltò per la prima volta Le déserteur di Boris Vian). L’autore, in altri termini, ci dice delle cose, ma lascia sempre dei margini per analizzare e interpretare le azioni e le intenzioni. L’autore non impone, l’autore offre storie e le consegna alla corrente del tempo e al discernimento del lettore.

In qualche modo, pare il “tra le righe” dell’epigrafe all’inizio del romanzo: Tricoli vorrebbe vivere “in un Paese dove le parole non perdono il loro significato”, ma per questo servono parole preziose, non slogan, e soprattutto serve un pubblico attrezzato e adeguato. E lui, comunque, le parole preziose ce le ha messe, non perdetevi questo libro.

La citazione di Sicilian Book Jockey:

«Il Gigante, lu Giafanti per i vazzaresi, era un altopiano roccioso a nord-ovest del paese, sovrastato da una stele naturale scolpita dal tempo. Una leggenda raccontava che il giorno Natale, se questo cadeva di venerdì, la stele si sarebbe aperta dando accesso a una grotta piena di monete d’oro».

*residuo, in siciliano la fezza è il sedimento del vino che si deposita sul fondo della botte.

Lo spazio immenso delle piccole cose

«Non aveva importanza che la storia fosse già iniziata, dal momento che il kathakali ha scoperto molto tempo fa che il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l’imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo. Come l’odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo. Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muove, chi trova l’amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un’altra volta.

In questo consiste il loro mistero e la loro magia».

 

Dalla prima pagina di questo libro, ho avuto l’impressione che si trassasse di qualcosa di familiare, di usato, di conosciuto. E poi ho capito. Rosario non ha apprezzato il paragone, perché – a mio avviso – è sempre troppo umile. Non riesce a riconoscere la bellezza della sua scrittura, la profondità, la densità. Perché io ho letto tante cose sue. Cose che a volte scrive solo per me. Cose che prima o poi, chissà, riuscirò a farvi leggere. Ma nel frattempo dovete accontentarvi delle Creature e di qualche Racconto che riesco a tirare fuori dalle sue grinfie. E dovete fidarvi, quando vi dico che un’attivista indiana per i diritti delle donne e un giovane giornalista appassionato di fantascienza fanno vibrare le stesse corde narrative, quando scrivono. Provare per Credere.

Come sono arrivata a questo libro, non mi è ancora molto chiaro. O perlomeno, l’iter è ormai testato, ma i meccanismi che lo animano rimangono per me un mistero. Avevo bisogno di un libro pieno, totalizzante, pronto a divorarmi e a sputarmi senza pietà. E così, come faccio spesso quando ne ho bisogno, non vado in libreria, ma vado nella Nostra Libreria, e mi metto a cercare. Non so neanch’io cosa cerco, ma guardo i dorsi logori e quelli impolverati, quelli cartonati e quelli lucidi, e aspetto che uno di loro mi chiami e si risvegli dal suo letargico sonno.

Ed è arrivato.

Ho avuto bisogno di qualche giorno, però, per scrivere di questo libro. Era come se avesse bisogno di depositarsi, prima di venir fuori, di radicarsi per bene. E devo dire che, in quest’ultima settimana, l’ha fatto. Dopo averlo chiuso lui si è silenziosamente insediato in me, a poco a poco, e ha preso il suo spazio. Lo spazio che chiedeva, prepotentemente, mentre era in lettura. Lo spazio che ingombrava, tacitamente, in libreria. Lo spazio delle “piccole cose” che si trasformano in “grandi cose”.

Sì, perché questo libro è “Il dio delle piccole cose”, dell’indiana Arundhati Roy, ed è un libro che è costellato di «Love-in-Tokyo» e di «Ambasciatori Gemelli Dizigotici», di «canguri femmina dalle labbra rosse con sorrisi di rubino che facevano saltelli di cemento sul pavimento dell’aeroporto» e di un «Dio della Perdita […], delle Piccole cose […], della Pelledoca e del Sorriso Subitaneo, […] dell’Odore di Metalloamaro, come i corrimano d’acciaio della corriera e le mani del bigliettaio che li avevano toccati». Di Piccole Cose, per l’appunto, apparentemente insignificanti, che diventano correlativi oggettivi di una realtà troppo difficile da raccontare attraverso le Grandi Cose, di una realtà vista dagli occhi di due gemelli «Non vecchi. Non giovani. Ma vitalmente morituri». E mentre lo leggevo, anch’io mi sentivo catapultata in quest’India caotica e puzzolente, degradante e cruda, ricca di lotte sterili, senza soluzione, in un libro senza lieto fine, o forse proprio senza fine, che si chiude con la speranza di un Naaley migliore, di un Domani migliore. O forse solo con la speranza che un Naaley ci sia, perché a volte basta solo questo.

Ed io tra due specchi

Di recente ho rimuginato a lungo sull’ultimo libro di racconti in lettura. È una pratica comune, certo, ma c’era qualcosa di più, un fremito inspiegabile. Solo più tardi ne ho compreso la ragione: il titolo riflessivo di questo volume, Tra due specchi (edizione fahrenheit 451, 2004, Roma) è, in realtà, un unico e complesso volume di storie presenti e future che riguardano la mia vita reale, in mezzo a due specchi che ospitano forme indefinibili. Questo libro è una specie di guida per la sopravvivenza, un manuale di mondi femminili, ma anche un avviso che preconizza la mia vita familiare. Perché questi due specchi sono già potenzialmente in casa: uno è tenuto in piedi da Agnese, l’altro sarà issato a breve da una nuova piccola presenza. Due limiti del reale, due sfilacciamenti della realtà che potrebbero facilmente condurmi a diventare il padre confuso e mite del bellissimo Lady Bird di Greta Gerwig. O forse no.

Insomma, immagino la mia vita prossima tra questi due specchi che fanno dipanare cose strane e io, come il parente meno fascinoso del Thomas Carnacki di Hodgson, starò qui a fare l’indagatore dell’incubo quotidiano. Le alette del libro, infatti, mi mettono malignamente in guardia perché nel fantastico femminile «l’indicibile viene espresso al limite di una soglia espressiva che segna il confine tra una realtà certa e totalizzante e la verità dell’esistenza».

Ma io non ho paura. Non faccio un passo indietro di fronte a questi due specchi che deformano il cono di luce dell’esistenza. Come atto di coraggio, pertanto, voglio scegliere un racconto simbolo: “Lo specchio” di Amparo Dàvila, la storia di uno specchio-portale per altri mondi. Alla fine, come i protagonisti del racconto, mi sento di essere stato eletto per assistere a tutto quello che questi specchi mi offriranno, alle ombre cangianti e alle figure informi, alle meraviglie nascoste e alla disperazione, alle prime e alle ultime cose che mai verranno, a tutto quello che c’è e che non ci sarà.

La citazione di Sicilian Book Jockey:

«Non coprimmo più lo specchio. Eravamo stati eletti e, come tali, accettammo senza ribellione né violenza, ma con la rassegnazione dell’ineluttabile».

PS Questo post è la puntata numero 61/365 di #unraccontoalgiorno, la sfida che lanciata da Agnese che mi/la/vi/ci impegna a condividere il diario dei racconti letti/riletti/in lettura nel corso di 365 giorni.

Alla ricerca del Giardino

A casa nostra ci sono tanti libri, davvero molti. E sono frutti più disparati. Di eredità passate e di scoperte recenti, di passioni transitorie o non e di studi. Dall’autore di nicchia di fantascienza al classico latino. E una cosa che, solitamente, non manca mai, sono proprio i classici. Mia madre tra l’altro, come me, era un’appassionata delle raccolte – ma quanto sono belle, tutte lì esposte, con quei titoloni in calce e quei colori – e così, tra quella di Repubblica e quella del Corriere della Sera, diciamo che è difficile trovare un titolo autorevole che manchi. Senza un’accurata ricerca preventiva si rischia di trovarne due/tre copie a casa, comprando uno di questi libri.

E così, dopo essermi scottata diverse volte, ed essere finita a fare beneficenza delle copie in più, tanti anni fa, quando sentii parlare per la prima volta de “Il Giardino dei Finzi-Contini”, prima ancora di Rosario, decisi che no, sicuramente questo titolo non sarebbe mancato tra i libri dei miei genitori, e che non era il caso di comprarlo, pena, per l’appunto, il ritrovarmi con l’ennesima copia in mano. E allora decisi di aspettare, e di cercare. Ma questo libro non veniva fuori. Poi giunse Rosario, con la sua dote libraria – e non erano mica pochi i suoi libri! –, e arrivò casa nostra, e la nostra Libreria e le altre librerie, e la ricerca del Giardino si avvicendava, senza troppa fretta, tornando ogni tanto alla ribalta. Bene, quest’anno, il Ministero ha voluto darmi una svegliata, con la traccia della maturità. Ricordarmi che, no, non potevo non averlo ancora letto, è un classico della letteratura italiana del dopoguerra! E così, sono ripartita di nuovo alla ricerca, che si è rivelata essere infruttuosa come tutte le altre. Bene, dopo tanto cercare persino in libreria – ne ho girate diverse prima di trovarlo disponibile – ho portato a casa il frutto di tanta ricerca. Il Giardino dei Finzi-Contini era mio a soli €9,50. Eppure Leopardi ci ha sempre avvertito, che il piacere è rappresentato dall’attesa, più che dalla realizzazione del desiderio. E questo è quello che è successo.

Il romanzo ha tutto ciò che ci si può aspettare da un classico: una prosa fluida ma ricchissima, le mura di Ferrara che proteggono – ancora per poco – un microcosmo fatto di bellezza, di poesia, di letteratura, di amore dall’incedere sempre più brutale delle leggi razziali, dell’ascesa del fascismo, della crudeltà che dilaga senza che nessuno la fermi. Chapeau. Bassani, come previsto, è stato all’altezza delle aspettative, e non aveva bisogno mica che glielo dicessi io dopo più di sessant’anni. Eppure, saranno state le atmosfere rarefatte, saranno stati i personaggi così ben caratterizzati da essere quasi monolitici, ma è come se, dopo tanta attesa, fossi rimasta scontenta – per usare un’iperbole. E quindi, sottovoce, per non attirarmi le ire e le ingiurie di colleghi e non, questo libro non lo farò leggere a Rosario, ha sin troppi pregiudizi sul Canone letterario e rischieremmo di avallarli. Lo lasciamo ai libri di scuola, dove svolgerà senza dubbio magistralmente le sue funzioni, e agli appassionati di letteratura italiana. Adesso può riposare felicemente anche lui tra i suoi autorevoli colleghi, nella Grande Libreria.

La citazione di Sicilian Book Jockey:

«Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare… Capire da vecchi è brutto, molto più brutto. Come si fa? Non c’è più tempo per ricominciare da zero».