Quando con mio compare/collega/amico Gaetano decidemmo di leggere/rileggere I Beati Paoli di Luigi Natoli (1909/1910, uscito a puntate sul Giornale di Sicilia) non mi mi parve una decisione poi così straordinaria. Avevo letto una qualche versione non integrale da giovanissimo e quindi volevo riparare al torto, ma senza troppo entusiasmo. E così via Sellerio presi i primi due volumi (1255 pagine) con pochissima speranza di chiuderli in tempi brevi, avendo molto altro di più urgente sottomano. In realtà non mi diedero scampo e andarono piano piano a occupare tutti i miei tempi liberi, litigando e sgomitando con altri tomi ben più imperiosi. Alla fine conclusi tutto in un paio di settimane (forse tre, le due A. ricorderanno meglio), esaltandomi come un fanciullo e rimuginando su torti, duelli, eccellenze, bastardi, complotti e una Palermo così fascinosa che verrebbe voglia di abbracciarsela. Come sempre, in ogni storia di libri, ci stanno dentro pure Agnese e Amelia (cioè le due A.) che qualche settimana dopo mi recapitarono, con mia grande sorpresa, Coriolano della Floresta (in copertina il bellissimo cartello dell’opera dei pupi per I Beati Paoli di Nino Cuticchio), il secondo capitolo della saga. E io pensai ad alta voce: “No, stavolta non mi prendi”. Ovviamente non andò così, perché le due A. la sanno decisamente più lunga di me: le 1758 pagine finirono nelle canoniche tre settimane, fu ossessione più che lettura.
Chiamiamolo pure romanzo d’appendice, romanzo storico, chiamiamolo come ci pare, ci sono personaggi tagliati con l’accetta, ci sono intrecci pazzeschi, c’è a volte persino il lieve soffio del soprannaturale e in qualche modo il lettore sa sempre come va a finire (anche se spesso ignora i rimbalzi delle vicende), ma devo ammettere che Natoli, in queste ultime settimane, mi ha preso e mi ha portato al galoppo in un gorgo di storie che adesso, a malincuore, devo lasciare. Anche se all’orizzonte mi pare agitarsi un certo Calvello il bastardo.

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