Da quando è nata Amelia, il mio mondo della lettura – e non solo quello! – è stato sconvolto. Io, strenua difenditrice del cartaceo, mi sono convertita, almeno temporaneamente, all’ebook. La cosa bella, però, è che è stata una rivoluzione naturale, dettata da un regalo al povero Rosario, e finita con il monopolio quasi assoluto del kindle, da parte mia. Da quando è nata Amelia, dunque, non ho smesso di divorare libri, ho cambiato solo supporto su cui leggerli. Il tempo per scriverne, però, si è ridotto notevolmente – e anche adesso non so se la mia baby boss mi lascerà finire questo post –. Di tanti libri avrei voluto parlare ma, finito uno, volgevo al successivo, senza potermi fermare a scriverne un po’. Del libro di oggi, invece, voglio fermarmi e parlarne, nonostante sia stato un breve intermezzo di un libro molto più vasto ma che non so se avrò modo di condividere. La stiva e l’abisso di Michele Mari mi era stato consigliato da Rosario qualche mese fa. Con i suoi libri, però, non si sa mai cosa può succedere, e lui l’aveva liquidato semplicemente dicendomi che «mi sarebbe piaciuta la scrittura complessa». Ed è vero, a me piace molto la scrittura complessa, ma in questo periodo, pensavo, forse non era cosa per me. Ecco, dire che la scrittura di Mari è “complessa”, credo sia banalizzarlo (ma so che questo non era proprio l’intento di Rosario, che lo osanna quanto me). La scrittura di Mari è un affresco, un’opera d’arte. Voi leggete, e vi sembra di stare lì, a osservare il Giudizio Universale. Una parola, una pennellata, una parola, un’espressione del viso, un muscolo contratto, un lembo di un vestito che svolazza. La stiva e l’abisso è così, un capolavoro di parole («Parole, parole, vuotissime parole che non significano nulla. Potessi averne di piene, che corrispondano ai fatti e ne serbino gli spigoli acuti, la pesantezza, la grana. Parole come ciottoli scabri che malta non leghi, sottratte all’ambiguità della frase e del tono, sode, polpute, non irretite dal petulante codazzo di congiunzioni ed avverbî!») . Però, al contrario di quello che dice il capitano, non sono solo fini a sé stesse, non sono mero esercizio retorico. Dietro questo caleidoscopico tappeto verbale, si staglia una storia fantastica che vive essa stessa di altre storie fantastiche, come in una matriosca (e proprio in una matriosca sembra essere finito uno dei personaggi, che guarda sé stesso guardare sé stesso). E in mezzo alle parole-pennellate, alla mirabile sintassi, alle storie nella storia, ci sta una galleria di personaggi indimenticabile. Su tutti il capitano, bloccato nella sua cabina da una gangrena alla gamba che gli impedisce di muoversi, e il suo Secondo, Menzio, che riporta – storpiando – le notizie della nave bloccata da una bonaccia in mezzo al mare e che, nonostante l’aridità del suo cuore, ci fa simpatia sin dal primo momento. E come non potrebbe, dato che partorisce continuamente idee geniali quanto il suo idioma? «E ho scoperto una cosa, sai Ramiro, a cui non avevo mai pensato: che certe idee sono più prepotenti di altre, e che pur di arrivar prime fanno anche a cazzotti, uno è lí che sta aspettando le idee che sa lui, […] , quand’ecco pluff! si fa viva un’idea che non c’entra niente, un’idea bellissima intendiamoci, ma che non è quella giusta: per esempio, l’idea “chiappe”: e siccome è forte, questo concetto delle chiappe, ha una sua presa, ecco che cambiare idea diventa tremendamente difficile, dimmi tu come si possono aspettare altre idee quando uno ci ha tutto lo spazio del cranio occupato dalle chiappe». In mezzo a loro, personaggi fantastici, uomini-pesce, spettri. Ma chi sa dire dove sta la verità? «Se cioè agli spettri stesse a cuore farci intravedere qualcosa di invisibile? E se questo qualcosa non fosse un nuovo ente, ma la nostra stessa vita vista sotto una nuova angolazione? Se quindi i veri spettri fossimo noi, fasciati dentro sagome ignare?». E tuttavia anche questi meravigliosi ritratti, queste storie statiche solo all’apparenza, sembrano nulla rispetto alla scrittura vortice di Mari, che tutti inabissa e nessuno salva.

La citazione di Sicilian Book Jockey:

«Tu credi di star facendo quella riparazione, in realtà stai solo costruendo un ricordo, è solo questo la vita, una continua fabbrica di ricordi, il che vuol dire che anche da vivi non facciamo altro che morire, ragiona».

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