Da queste parti si crede soltanto alle coincidenze cartacee, che è più o meno quando i libri si incuneano a forza nella vita di tutti giorni. Pertanto non c’è da stupirsi se il primo libro che il nuovo e chiassoso membro della nostra redazione – ebbene sì, Amelia è nata un mesetto fa – abbia concesso di leggere in minuziosi ritagli di tempo notturni, dall’inizio alla fine, sia “Lo scemo di guerra e l’eroe di cartone” di Alberto Maria Tricoli (Edizioni Spartaco). E allora si dirà: ma che diamine potrà mai dire al presente un libro affondato, per buona parte (ma non solo), in un paesino siciliano immaginario e costruito sulle gesta – si fa per dire – di due personaggi che incrociano storie, speranze, illusioni, affanni e tormenti esistenziali nel corso della Seconda guerra mondiale ingozzando il lettore di tutto e in continuazione, dai passaggi ridanciani e sboccati fino all’amore e alla morte passando per la ricerca storica e la memoria, come se si fosse sulle montagne russe?

Si parte da una considerazione: in questo blog si adorano le letture multistrato, o i libri farciti se preferite, che però siano semplici ed efficaci. In tal senso questo romanzo è un marchingegno narrativo ben oleato che mette assieme la storia di un volontario delle camicie nere partito per la guerra d’Africa per levarsi la fezza* dalla testa e quella di un disertore visionario in una Sicilia oscura e illuminata dalle bombe alleate, condite da passaggi romanzati, eppure ben documentati, di operazioni di spionaggio e controspionaggio svolte durante il secondo conflitto mondiale dai servizi di intelligence britannici. Tutto questo in un incastro sapiente che miscela storia e Storia, con un utilizzo dosato di diversi linguaggi, tra cui una forma dialettale che deterge il lettore da un certo abusato utilizzo di cose siciliane. E non dimenticate qualche finestrella sul fantastico – che in questo blog è sempre di casa – perché Tricoli espande la sua immaginazione e la sua scrittura in tutte le direzioni.

Le risposte alla prima e fondamentale domanda sono molteplici eppure semplici. Le varie evoluzioni del viaggio o dei viaggi – dettagliatamente espresse alla fine del libro in una serie di mappe – sono curiose variazioni sul tema del contemporaneo perché fanno esaltare le contraddizioni di una realtà che alla fine è troppo complessa per meritare giudizi netti. È vero: alla fine del viaggio troverete un eroe di cartone e uno scemo di guerra. Ve lo dirà il libro, voi saprete che il libro mentirà, perché conoscerete la storia, ma non fidatevi nemmeno di voi stessi. Questi due elementi del titolo, comunque li vogliate appicciare, anche al contrario, anche spogliandoli di significato, restano fasulli, carta straccia, buona per i titoli di film e dei libri – non a caso Scemo di guerra è anche, tra le altre cose, un film di Dino Risi – e restano concetti semplicistici, inadeguati. È soprattutto in questo passaggio la contemporaneità di questo libro: quando si riduce un fenomeno complesso a un concetto, a una definizione, a un pensiero, si stritola l’interpretazione del reale, la sua potenziale veridicità.

Eppure la semplificazione delle cose, e la loro conseguente mistificazione, è la regola prima e unica della comunicazione quotidiana, la regola viva e vibrante che contagia ormai anche le conversazioni quotidiane non mediate dai social. Questo libro testimonia che si guadagna in profondità a leggere il testo, ma che, in fin dei conti, anche il testo stesso è un menzogna perché è sempre un artificio variamente interpretabile: Libbertu è un giovane irrequieto che, come molti giovani, si spinge sempre più in là, fino a scoprire che dopo un certo punto davvero si rischia di trovare il dirupo del nulla, della depressione, è un memento sull’inutilità del viaggio oppure un segno della necessità di osare? Nirìa, che l’autore s’impegna a rendere un personaggio pessimo e riprovevole sotto ogni punto di vista, e che così in effetti è, resta pur sempre un disertore che scappa e fugge con famiglia e amici di fronte alle bombe e che, al di là dell’autoreferenzialità del suo essere condottiero, non ci si sente di condannare (e poi da queste parti i disertori stanno simpatici dai tempi in cui, da giovinetti, si ascoltò per la prima volta Le déserteur di Boris Vian). L’autore, in altri termini, ci dice delle cose, ma lascia sempre dei margini per analizzare e interpretare le azioni e le intenzioni. L’autore non impone, l’autore offre storie e le consegna alla corrente del tempo e al discernimento del lettore.

In qualche modo, pare il “tra le righe” dell’epigrafe all’inizio del romanzo: Tricoli vorrebbe vivere “in un Paese dove le parole non perdono il loro significato”, ma per questo servono parole preziose, non slogan, e soprattutto serve un pubblico attrezzato e adeguato. E lui, comunque, le parole preziose ce le ha messe, non perdetevi questo libro.

La citazione di Sicilian Book Jockey:

«Il Gigante, lu Giafanti per i vazzaresi, era un altopiano roccioso a nord-ovest del paese, sovrastato da una stele naturale scolpita dal tempo. Una leggenda raccontava che il giorno Natale, se questo cadeva di venerdì, la stele si sarebbe aperta dando accesso a una grotta piena di monete d’oro».

*residuo, in siciliano la fezza è il sedimento del vino che si deposita sul fondo della botte.

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