A casa nostra ci sono tanti libri, davvero molti. E sono frutti più disparati. Di eredità passate e di scoperte recenti, di passioni transitorie o non e di studi. Dall’autore di nicchia di fantascienza al classico latino. E una cosa che, solitamente, non manca mai, sono proprio i classici. Mia madre tra l’altro, come me, era un’appassionata delle raccolte – ma quanto sono belle, tutte lì esposte, con quei titoloni in calce e quei colori – e così, tra quella di Repubblica e quella del Corriere della Sera, diciamo che è difficile trovare un titolo autorevole che manchi. Senza un’accurata ricerca preventiva si rischia di trovarne due/tre copie a casa, comprando uno di questi libri.

E così, dopo essermi scottata diverse volte, ed essere finita a fare beneficenza delle copie in più, tanti anni fa, quando sentii parlare per la prima volta de “Il Giardino dei Finzi-Contini”, prima ancora di Rosario, decisi che no, sicuramente questo titolo non sarebbe mancato tra i libri dei miei genitori, e che non era il caso di comprarlo, pena, per l’appunto, il ritrovarmi con l’ennesima copia in mano. E allora decisi di aspettare, e di cercare. Ma questo libro non veniva fuori. Poi giunse Rosario, con la sua dote libraria – e non erano mica pochi i suoi libri! –, e arrivò casa nostra, e la nostra Libreria e le altre librerie, e la ricerca del Giardino si avvicendava, senza troppa fretta, tornando ogni tanto alla ribalta. Bene, quest’anno, il Ministero ha voluto darmi una svegliata, con la traccia della maturità. Ricordarmi che, no, non potevo non averlo ancora letto, è un classico della letteratura italiana del dopoguerra! E così, sono ripartita di nuovo alla ricerca, che si è rivelata essere infruttuosa come tutte le altre. Bene, dopo tanto cercare persino in libreria – ne ho girate diverse prima di trovarlo disponibile – ho portato a casa il frutto di tanta ricerca. Il Giardino dei Finzi-Contini era mio a soli €9,50. Eppure Leopardi ci ha sempre avvertito, che il piacere è rappresentato dall’attesa, più che dalla realizzazione del desiderio. E questo è quello che è successo.

Il romanzo ha tutto ciò che ci si può aspettare da un classico: una prosa fluida ma ricchissima, le mura di Ferrara che proteggono – ancora per poco – un microcosmo fatto di bellezza, di poesia, di letteratura, di amore dall’incedere sempre più brutale delle leggi razziali, dell’ascesa del fascismo, della crudeltà che dilaga senza che nessuno la fermi. Chapeau. Bassani, come previsto, è stato all’altezza delle aspettative, e non aveva bisogno mica che glielo dicessi io dopo più di sessant’anni. Eppure, saranno state le atmosfere rarefatte, saranno stati i personaggi così ben caratterizzati da essere quasi monolitici, ma è come se, dopo tanta attesa, fossi rimasta scontenta – per usare un’iperbole. E quindi, sottovoce, per non attirarmi le ire e le ingiurie di colleghi e non, questo libro non lo farò leggere a Rosario, ha sin troppi pregiudizi sul Canone letterario e rischieremmo di avallarli. Lo lasciamo ai libri di scuola, dove svolgerà senza dubbio magistralmente le sue funzioni, e agli appassionati di letteratura italiana. Adesso può riposare felicemente anche lui tra i suoi autorevoli colleghi, nella Grande Libreria.

La citazione di Sicilian Book Jockey:

«Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare… Capire da vecchi è brutto, molto più brutto. Come si fa? Non c’è più tempo per ricominciare da zero».

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