Lo spazio immenso delle piccole cose

«Non aveva importanza che la storia fosse già iniziata, dal momento che il kathakali ha scoperto molto tempo fa che il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l’imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo. Come l’odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo. Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muove, chi trova l’amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un’altra volta.

In questo consiste il loro mistero e la loro magia».

 

Dalla prima pagina di questo libro, ho avuto l’impressione che si trassasse di qualcosa di familiare, di usato, di conosciuto. E poi ho capito. Rosario non ha apprezzato il paragone, perché – a mio avviso – è sempre troppo umile. Non riesce a riconoscere la bellezza della sua scrittura, la profondità, la densità. Perché io ho letto tante cose sue. Cose che a volte scrive solo per me. Cose che prima o poi, chissà, riuscirò a farvi leggere. Ma nel frattempo dovete accontentarvi delle Creature e di qualche Racconto che riesco a tirare fuori dalle sue grinfie. E dovete fidarvi, quando vi dico che un’attivista indiana per i diritti delle donne e un giovane giornalista appassionato di fantascienza fanno vibrare le stesse corde narrative, quando scrivono. Provare per Credere.

Come sono arrivata a questo libro, non mi è ancora molto chiaro. O perlomeno, l’iter è ormai testato, ma i meccanismi che lo animano rimangono per me un mistero. Avevo bisogno di un libro pieno, totalizzante, pronto a divorarmi e a sputarmi senza pietà. E così, come faccio spesso quando ne ho bisogno, non vado in libreria, ma vado nella Nostra Libreria, e mi metto a cercare. Non so neanch’io cosa cerco, ma guardo i dorsi logori e quelli impolverati, quelli cartonati e quelli lucidi, e aspetto che uno di loro mi chiami e si risvegli dal suo letargico sonno.

Ed è arrivato.

Ho avuto bisogno di qualche giorno, però, per scrivere di questo libro. Era come se avesse bisogno di depositarsi, prima di venir fuori, di radicarsi per bene. E devo dire che, in quest’ultima settimana, l’ha fatto. Dopo averlo chiuso lui si è silenziosamente insediato in me, a poco a poco, e ha preso il suo spazio. Lo spazio che chiedeva, prepotentemente, mentre era in lettura. Lo spazio che ingombrava, tacitamente, in libreria. Lo spazio delle “piccole cose” che si trasformano in “grandi cose”.

Sì, perché questo libro è “Il dio delle piccole cose”, dell’indiana Arundhati Roy, ed è un libro che è costellato di «Love-in-Tokyo» e di «Ambasciatori Gemelli Dizigotici», di «canguri femmina dalle labbra rosse con sorrisi di rubino che facevano saltelli di cemento sul pavimento dell’aeroporto» e di un «Dio della Perdita […], delle Piccole cose […], della Pelledoca e del Sorriso Subitaneo, […] dell’Odore di Metalloamaro, come i corrimano d’acciaio della corriera e le mani del bigliettaio che li avevano toccati». Di Piccole Cose, per l’appunto, apparentemente insignificanti, che diventano correlativi oggettivi di una realtà troppo difficile da raccontare attraverso le Grandi Cose, di una realtà vista dagli occhi di due gemelli «Non vecchi. Non giovani. Ma vitalmente morituri». E mentre lo leggevo, anch’io mi sentivo catapultata in quest’India caotica e puzzolente, degradante e cruda, ricca di lotte sterili, senza soluzione, in un libro senza lieto fine, o forse proprio senza fine, che si chiude con la speranza di un Naaley migliore, di un Domani migliore. O forse solo con la speranza che un Naaley ci sia, perché a volte basta solo questo.

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Ed io tra due specchi

Di recente ho rimuginato a lungo sull’ultimo libro di racconti in lettura. È una pratica comune, certo, ma c’era qualcosa di più, un fremito inspiegabile. Solo più tardi ne ho compreso la ragione: il titolo riflessivo di questo volume, Tra due specchi (edizione fahrenheit 451, 2004, Roma) è, in realtà, un unico e complesso volume di storie presenti e future che riguardano la mia vita reale, in mezzo a due specchi che ospitano forme indefinibili. Questo libro è una specie di guida per la sopravvivenza, un manuale di mondi femminili, ma anche un avviso che preconizza la mia vita familiare. Perché questi due specchi sono già potenzialmente in casa: uno è tenuto in piedi da Agnese, l’altro sarà issato a breve da una nuova piccola presenza. Due limiti del reale, due sfilacciamenti della realtà che potrebbero facilmente condurmi a diventare il padre confuso e mite del bellissimo Lady Bird di Greta Gerwig. O forse no.

Insomma, immagino la mia vita prossima tra questi due specchi che fanno dipanare cose strane e io, come il parente meno fascinoso del Thomas Carnacki di Hodgson, starò qui a fare l’indagatore dell’incubo quotidiano. Le alette del libro, infatti, mi mettono malignamente in guardia perché nel fantastico femminile «l’indicibile viene espresso al limite di una soglia espressiva che segna il confine tra una realtà certa e totalizzante e la verità dell’esistenza».

Ma io non ho paura. Non faccio un passo indietro di fronte a questi due specchi che deformano il cono di luce dell’esistenza. Come atto di coraggio, pertanto, voglio scegliere un racconto simbolo: “Lo specchio” di Amparo Dàvila, la storia di uno specchio-portale per altri mondi. Alla fine, come i protagonisti del racconto, mi sento di essere stato eletto per assistere a tutto quello che questi specchi mi offriranno, alle ombre cangianti e alle figure informi, alle meraviglie nascoste e alla disperazione, alle prime e alle ultime cose che mai verranno, a tutto quello che c’è e che non ci sarà.

La citazione di Sicilian Book Jockey:

«Non coprimmo più lo specchio. Eravamo stati eletti e, come tali, accettammo senza ribellione né violenza, ma con la rassegnazione dell’ineluttabile».

PS Questo post è la puntata numero 61/365 di #unraccontoalgiorno, la sfida che lanciata da Agnese che mi/la/vi/ci impegna a condividere il diario dei racconti letti/riletti/in lettura nel corso di 365 giorni.

Alla ricerca del Giardino

A casa nostra ci sono tanti libri, davvero molti. E sono frutti più disparati. Di eredità passate e di scoperte recenti, di passioni transitorie o non e di studi. Dall’autore di nicchia di fantascienza al classico latino. E una cosa che, solitamente, non manca mai, sono proprio i classici. Mia madre tra l’altro, come me, era un’appassionata delle raccolte – ma quanto sono belle, tutte lì esposte, con quei titoloni in calce e quei colori – e così, tra quella di Repubblica e quella del Corriere della Sera, diciamo che è difficile trovare un titolo autorevole che manchi. Senza un’accurata ricerca preventiva si rischia di trovarne due/tre copie a casa, comprando uno di questi libri.

E così, dopo essermi scottata diverse volte, ed essere finita a fare beneficenza delle copie in più, tanti anni fa, quando sentii parlare per la prima volta de “Il Giardino dei Finzi-Contini”, prima ancora di Rosario, decisi che no, sicuramente questo titolo non sarebbe mancato tra i libri dei miei genitori, e che non era il caso di comprarlo, pena, per l’appunto, il ritrovarmi con l’ennesima copia in mano. E allora decisi di aspettare, e di cercare. Ma questo libro non veniva fuori. Poi giunse Rosario, con la sua dote libraria – e non erano mica pochi i suoi libri! –, e arrivò casa nostra, e la nostra Libreria e le altre librerie, e la ricerca del Giardino si avvicendava, senza troppa fretta, tornando ogni tanto alla ribalta. Bene, quest’anno, il Ministero ha voluto darmi una svegliata, con la traccia della maturità. Ricordarmi che, no, non potevo non averlo ancora letto, è un classico della letteratura italiana del dopoguerra! E così, sono ripartita di nuovo alla ricerca, che si è rivelata essere infruttuosa come tutte le altre. Bene, dopo tanto cercare persino in libreria – ne ho girate diverse prima di trovarlo disponibile – ho portato a casa il frutto di tanta ricerca. Il Giardino dei Finzi-Contini era mio a soli €9,50. Eppure Leopardi ci ha sempre avvertito, che il piacere è rappresentato dall’attesa, più che dalla realizzazione del desiderio. E questo è quello che è successo.

Il romanzo ha tutto ciò che ci si può aspettare da un classico: una prosa fluida ma ricchissima, le mura di Ferrara che proteggono – ancora per poco – un microcosmo fatto di bellezza, di poesia, di letteratura, di amore dall’incedere sempre più brutale delle leggi razziali, dell’ascesa del fascismo, della crudeltà che dilaga senza che nessuno la fermi. Chapeau. Bassani, come previsto, è stato all’altezza delle aspettative, e non aveva bisogno mica che glielo dicessi io dopo più di sessant’anni. Eppure, saranno state le atmosfere rarefatte, saranno stati i personaggi così ben caratterizzati da essere quasi monolitici, ma è come se, dopo tanta attesa, fossi rimasta scontenta – per usare un’iperbole. E quindi, sottovoce, per non attirarmi le ire e le ingiurie di colleghi e non, questo libro non lo farò leggere a Rosario, ha sin troppi pregiudizi sul Canone letterario e rischieremmo di avallarli. Lo lasciamo ai libri di scuola, dove svolgerà senza dubbio magistralmente le sue funzioni, e agli appassionati di letteratura italiana. Adesso può riposare felicemente anche lui tra i suoi autorevoli colleghi, nella Grande Libreria.

La citazione di Sicilian Book Jockey:

«Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare… Capire da vecchi è brutto, molto più brutto. Come si fa? Non c’è più tempo per ricominciare da zero».

Sentirsi come gli uomini-libro di Bradbury

Qualche parola, giusto per spiegare il senso di questo spazio. A casa discutiamo quotidianamente di libri e autori, ci immergiamo in pagine su pagine e, in alcuni casi, ci tempestiamo ad alta voce per condividere un passaggio particolarmente brillante o maestosamente bello, di quella scrittura che non ti lascia spazio, ti avvolge e ti abbraccia (o ti soffoca). E poi, di solito, non concordiamo su qualcosa. E siccome siamo due testardi che spesso mentono su quanto detto il giorno prima, allora questo blog servirà per serbare la memoria di quanto affermato. Tutto questo, ovviamente, solo per il malsano gusto di rinfacciarcelo.

Ma non vogliamo limitarci alle nostre battaglie quotidiane. Il senso del book-jockey, che poi non sappiamo nemmeno se è un termine che esista, è un altro: proporre e ricevere proposte, perché i libri, soprattutto quelli belli, devono girare, proprio come i dischi. Quindi ci aspettiamo consigli e suggerimenti su cosa leggere.

In ultima analisi, questo blog è una finestra privata sulle nostre letture, quindi sulle nostre vite. E di solito questi due aspetti, almeno da queste parti, si incrociano, si completano, spesso giocano. Qualche volta si guardano in cagnesco, ma comunque esistono. Ogni luogo, per noi, è legato a un libro, e ogni momento è legato a un libro. Noi stessi ci sentiamo fatti di libri, un po’ come nel finale di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury oppure come la donna di libri in Nostra Signora delle Tenebre di Fritz Leiber (Agnese ci tiene a sottolineare che questi esempi da narrativa popolare sono di Rosario, non suoi).

Tutto questo in attesa di una nuova lettrice che è in arrivo a cavallo di un libro.

PS Per più di due mesi abbiamo tenuto su fb una specie di rubrichetta che si chiama #unraccontoalgiorno, l’impegno di condividere per 365 giorni il diario dei racconti letti/riletti/in lettura. Siamo arrivati a quota 60 libri di racconti, ancora molto lontani dall’obiettivo, ma continueremo anche qui.

PSbis (in copertina Adelphi e Sellerio che sconfinano e si preparano alla battaglia finale. Tutto questo nella nostra libreria di casa).